pagine di Gian Marco

le melanzane e il turismo di massa

18/09/2010

Oggi parlerò di un profondo pensatore, Dinamite Bla, un solitario campagnolo che abita in cima ad una collina che si chiama “Cucuzzolo del Misantropo”. In una delle sue ultime apparizioni (da buon eremita di poche parole lo si vede poco in giro) afferma che:

C’è più umanità in una melanzana che in un pullman di turisti

Dinamite BlaIn effetti, ottenebrata dai nefasti fumi del consumismo, la mente umana è ormai convinta dalla necessità di trasformare in divertimento ogni cosa, comprese le vacanze o i brevi soggiorni. Anzi, ormai se uno non fa cazzate non si sente in vacanza, se uno non spegne il  cervello non esiste. Si deve a tutti i costi sballare, esagerare, fare i fighi, con buona pace della dantesca virtute e canoscenza.

Il termine marketing turistico, poi, l’ho sempre visto con sospetto: non è che serve ad aumentare la percentuale di danteschi bruti attorno a casa mia?In loro vece, attorno a me preferirei piuttosto degli esseri umani, persone che si muovono per capire, per osservare, per ammirare, per conoscere persone; animi capaci anche di vedere l’umanità di una melanzana, di un fiore, di una farfalla, di un paesaggio, di un tramonto che nella loro città non possono avere il piacere di contemplare. Ma di solito queste non riempiono i pullman, neppure i grossi condomini che hanno deturpato le coste che altri amministratori della cosa pubblica, ottenebrati pure loro, hanno lasciato costruire.
“Cittadini”, nel senso di persone culturalmente estranee all’umanità ed estraniate dalla natura, tornate in voi o rimanete lontani dal mio cucuzzolo!

voglia di muri a secco

03/09/2010

Il territorio si può consumare o si può costruire. Un muro a secco è il segno della civiltà dell’uomo, molto di più che non un capannone. Il primo dura secoli, il secondo in poche decine di anni diventa un mostro semivuoto. C’è chi costruisce mostri, ma c’è ancora chi sa apprezzare le cose migliori.

Con piacere segnalo due post: questo e questo.

Rimini, tutti addormentati?

28/08/2010

Sono trascorsi ormai tre giorni e non è accaduto nulla. Non so se sia un bene  o un male che in pochissimi abbiano dato segnali di aver inteso alcuni passi del discorso tenuto dal nostro ministro Tremonti al meeting di Comunione e Liberazione.

Una certa quantità di diritti e di regole è un lusso che non possiamo più permetterci: non possiamo pensare che il mondo si adatti all’Europa, è l’Europa che deve adattarsi al resto del mondo.
E quando si fanno discussioni sul mondo perfetto, sui diritti perfetti… ottimo, però bisogna stare attenti che se tu vuoi i diritti perfetti nella fabbrica ideale, rischi di conservare i diritti perfetti ma di perdere la fabbrica che va da un’altra parte.

Escludendo che Tremonti si riferisse alle regole sulla sicurezza (almeno la sicurezza sul lavoro non tocchiamola), escludendo che intendesse regole ambientali (una fabbrica inquinante e/o malsana è ancora un problema di sicurezza), restano regole e diritti sui contratti di lavoro, che adesso ce ne sarebbero …troppi.
Ohibò, una cosa del genere, detta da chi un anno fa tesseva le lodi del posto fisso sembra già di per sè strana. Ma allora si riferiva ad un posto fisso in un’azienda di che tipo?
In ogni caso, trovo ancora più stupefacente che questa affermazione molto categorica e poco solidale sia passata inosservata e incontestata. Trattandosi del meeting di CL mi sarei immaginato una presenza numerosa di cristiani in platea. Magari qualcuno di loro si trovava pure nell’acciaieria di Terni il 19 marzo 1981, quando Giovanni Paolo Secondo diceva che la lotta dei lavoratori per la giustizia

trova riscontro nel Vangelo e l’insegnamento della Chiesa non può essere diverso. La Chiesa vuole un mondo giusto, sempre più giusto. E tutti coloro che partecipano a questo sforzo sono in sintonia con il Vangelo e con la dottrina cristiana.

Mi pare dunque di capire che la fabbrica perfetta sia in linea con la dottrina cristiana, togliere giustizia e diritti ai lavoratori no. Possibile che tra tutti i cervelloni di CL in platea non sia saltato fuori nessuno a opinare il discorso di Tremonti?
Poi, già che siamo in tema di opinioni diverse, mi piace segnalare la lettera aperta degli economisti.
A proposito proprio dell’Europa che dovrebbe adeguarsi al mondo, molti economisti la pensano esattamente in maniera diversa. Solo due mesi fa mettevano nero su bianco che

Occorre cioè che l’Europa intraprenda un autonomo sentiero di sviluppo delle forze produttive, di crescita del benessere, di salvaguardia dell’ambiente e del territorio, di equità sociale.

L’estratto che ho citato fa parte di un messaggio indirizzato ai membri del nostro governo che vi invito a leggere, firmato da un gran numero di docenti e ricercatori universitari (guardate in calce alla lettera se non ci credete).

addio messaggi nelle bottiglie

28/07/2010

Sarà che sono condizionato dal fatto di abitare vicino ad una costa gremita di porti turistici inframezzati a cittadine con problemi di depurazione delle acque e che in mezzo a queste esistano solo piccole spiagge frequentate da bagnanti trasandati nello spirito ancora più che nel vestire.
Sarà che la bruttezza del piccolo rifiuto fa parte del mondo circostante, ma ormai una bottiglia trasportata dalla corrente sul bagnasciuga oppure infilata negli scogli dal moto ondoso passa inosservata (e come potrebbe, dal momento che oggigiorno è normale che passino in cavalleria anche segnalazioni come questa).

piccola rumentaI sacchetti della spesa abbandonati, i pacchetti di sigarette, le cicche, bottiglie, lattine, le  schifezzine lasciate dall’uomo sono ovunque e, ahimè, ormai fanno parte del paesaggio.
Una volta era segno di civiltà raccogliere da terra un oggetto e metterlo nel cestino: da piccolo mi avrebbero fatto i complimenti per un gesto del genere. Oggi persevero, se capita, ma sono certo che presto troverò persone pronte a deridere per quella che una volta era una buona azione.
Una volta… E infatti una volta il paesaggio era diverso, la gente era diversa. Cento anni fa la costa ligure vicino a Sanremo era nelle stesse condizioni in cui si trovava la taiga, la foresta siberiana dove viveva Dersu Uzala:

in taiga dove bottiglia trovi?

Dicendo questo, nel romanzo Dersu “salvò” una bottiglia preservando immacolato un angolo di taiga.
Nella foresta o nel mare una bottiglia era una anomalia, attirava l’attenzione.
Oggi, se scriveste un messaggio per affidarlo ad una bottiglia alla deriva, sareste proprio sicuri che qualcuno possa essere così curioso da raccoglierla e aprirla?

Dove siete?

05/07/2010

Sono troppo schifato per perdere tempo a scrivere un post con un inizio ed una fine.

L’inizio è una cava, la fine non so, ma sarà presumibilmente un dramma collettivo. Per ora siamo a 11 casi di forme tumorali, diversi altri problemi seri alla salute, aziende floricole che devono chiudere i battenti, private abitazioni lesionate.

Tutto questo non è servito a un bel niente e questa mattina lo spettacolo era questa in foto (e se proprio ci tenete, cliccateci sopra per ingrandire). Un viavai tanto orripilante quanto macroscopico che troppe persone non vogliono vedere.

Nonostante una infinità di segnalazioni, esposti e tanto altro casino, troppe persone latitano. Dove siete?

Il mio idrovolante è una Fiat 600

05/07/2010

Un noto amaro viene pubblicizzato con una specie di film d’avventura dove una task force di veterinari arriva con mezzi inverosimili a salvare la vita di qualche animale in pericolo. Una roba tipo un manipolo di  Woobinda d’assalto che agiscono come tanti Indiana Jones.

ArticoloIn questi giorni mi sento soddisfatto come uno di loro, ma invece dell’amaro pubblicizzato in TV bevo acqua fresca, o magari berrei un bicchiere di mirto prodotto dal mio woobinda-complice con le bacche raccolte in loco.
Non ho salvato caprioli, cervi o leoni, ma un povero rettile. Una rara Lucertola ocellata che forse tirerà a campare grazie anche al mio intervento. Per raggiungere l’animale in pericolo invece dell’idrovolante ho usato una Fiat 600 che è bastata (e meno male perché non possiedo idrovolanti). Sarebbe molto bello liberare l’animale dopo la sua guarigione anche se non sono un veterinario-Jones. Lui di certo non si sarebbe preoccupato di capire quale fosse l’ufficio responsabile a cui notificare il rinvenimento di una specie protetta, certi passaggi burocratici negli spot televisivi vengono tagliati, chissà come mai…
Comunque grazie mille a tutti quanti, i soccorri-animali che inconsapevolmente hanno giocato con me allo spot del liquore.

siamo quello che costruiamo II

16/06/2010

Il caso ha voluto che solo poche ore dopo il post di ieri, l’amministrazione comunale di Taggia abbia pubblicato su Youtube un documento terrificante: i carotaggi effettuati nella scuole primaria di Arma. Una scuola costruita nel 1962, che ha visto passare generazioni di armesi fino a due anni fa, quando si scoprì la sua vera tecnica di costruzione, sintetizzata dal detto ligure:

de surve lìsciu lìsciu, de suta merda e pisciu.

Al sindaco Vincenzo Genduso non è rimasta altra scelta se non quella di ordinare la chiusura della scuola.
Ecco uno dei filmati pubblicati…

…ecco il risultato di aver costruito senza cuore ma badando solo al portafogli.

E’ possibile che, mentre la legge di allora imponeva una resistenza alla compressione pari o superiori a 120 kg su centimetro quadrato, si sia costruita una scuola dove in alcuni punti il calcestruzzo arriva a soli 40 Kg su centimetro quadrato? Una scuola dove solo un quinto delle colonne di calcestruzzo raggiunge il minimo richiesto?
Ma si può andare fieri del proprio lavoro, della propria vita, sapendo di aver costruito una merda del genere?

siamo quello che costruiamo

15/06/2010

Da un antico zerbino del 1995:

A house is made of brick and stones
a home is made of love alone

Quelle che si costruiscono oggi non sono case, sono pretesti, oggetti a forma di casa costruiti da gente travestita da muratore, progettate da architetti per nome e titolo di studio, ma non di fatto.
Case senza cuore, senza anima. Anzi, chiamarle case sarebbe un complimento. Edifici, artefatti, diavolerie, cubi grigi tirati su di corsa e chiamati sovente con nomi idioti che vorrebbero sembrare accattivanti: villaggio pincopallo, borgo belposto e altre scemate simili.
Scemate che costano tanto economicamente e ancora di più costano al paesaggio. Scemate che solo dei mentecatti ancora più scemi comprerebbero. Una dimora a 100 metri dal mare ma senza vista mare perché c’è un altro conglomerato di cemento che ostruisce la visuale, una cella di alveare arroccato su un dirupo franoso, un bi-loculo affossato nell’alveo di un torrente o in altri luoghi dove i nostri nonni non avrebbero costruito neppure un pollaio, luoghi che magari sono stati stabilizzati geologicamente con una bella variante al piano regolatore.

In una casa vera, immerse dentro i muri di cemento armato, non ci sono tubature montate approssimativamente che presto perderanno acqua e faranno marcire il muro. Una casa vera, appena costruita, è curata in ogni dettaglio perché qualcuno l’ha seguita fin dal primo momento, dalla scelta del luogo, del progettista, dell’azienda costruttrice, fino al quella delle tende alle finestre. Per questo non ha infiltrazioni d’acqua di origine misteriosa, tetti che perdono, ringhiere montate male, finestre che non si chiudono o altri difetti grossolani.
Quando leggo di new-town nate già difettose, quando vedo proliferare dormitori per padani sui pochi terreni “buoni” della Liguria, o peggio, quando vedo questi edifici senza criterio messi al posto di una montagna sventrata, pronti per franare giù a valle, quando vedo capannoni che nessuno affitterà in mezzo a una campagna fertilissima, capisco che non vogliamo più case e sospetto che forse non saremmo neppure più in grado di costruirle.
Oggi gli uomini desiderano solo speculazioni immobiliari, denaro per fare i fricchettoni con un SUV, per andare in vacanza in luoghi uguali a come erano pochi anni fa quelli che abbiamo appena rovinato.
Siamo come il figliuol prodigo del Vangelo, che disperde in bagordi e puttane il capitale della famiglia.
Chissà se quando ci accorgeremo di aver dilapidato il nostro tesoro saremo in grado di accorgerci che dobbiamo ritornare indietro. Chissà poi se ci sarà un “luogo” dove ritornare, perché qua siamo tutti impazziti: nella parabola un fratello e il padre continuavano a tirare avanti la baracca, noi invece siamo tutti, padri e fratelli, complici di questo scellerato consumo di territorio.

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Foto dal SIC di Pompeiana
con Admarket flickrSLiDR.



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