pagine di Gian Marco

Pensiero che condivido

09/04/2010

Da tempo sto seguendo la storia di un quartiere di Valencia che, ultimamente, è al centro di una vicenda niente affatto rassicurante.
Oggi, leggendo il giornale, ho trovato un commento ad una notizia che iniziava in questo modo:

Cuando la realización de una idea debe ampararse en la fuerza no debemos engañarnos, es una mala idea.

Credo proprio che sia così: non dobbiamo ingannarci, quando la realizzazione di una idea viene imposta con la forza allora questa è una pessima idea.

Un acessorio utile per la nautica da diporto

23/03/2010

AboutMyBoat è un software gestionale che permette una più semplice gestione delle operazioni di routine enon che vengono effettuate su di ogni barca da diporto.
Il Diario di Bordo, il registro e la pianificazione delle manutenzioni, il registro della nota spese sono infatti tutte funzioni utili che semplificano il lavoro che tradizionalmente viene fatto sul classico foglio di carta.
AboutMyBoat è completo anche di strumenti accessori utili per il salvataggio dei dati della propria barca, su di un server online con accesso protetto da username e password, in modo da avere la certezza di non perdere mai i propri dati e potervi accedere, in modalità consultazione, attraverso internet, dovunque se ne presenti la necessità senza dover portare con se montagne di fogli o il computer.

AboutMyBoat è uno strumento accessorio per la barca utile, funzionale ed economico.

Datemi un pizzicotto!

06/03/2010

Filmato incredibile, un fanta-horror della cultura: un’orchestra sta suonando Vivaldi e a pochi minuti dalla fine viene interrotta perché “la sala chiude alle 18″ (il fattaccio lo trovate a circa 5 minuti dall’inizio del filmato).
Peccato che la sala sia il Pantheon gremito di circa 500 persone e che l’orchestra sia il gruppo Bach Consort, arrivato dalla Russia sperando di riuscire a fare un bel concerto a Roma.

Pazzesco!

disintossicato

13/02/2010

La settimana appena conclusa, per me è stata molto intensa: un extra di stress che ho dovuto affrontare per forza e che da lunghi giorni mi procurava tensione.
Appena finito il periodaccio, quella santa donna di mia moglie mi convince e fare un giro con la macchina fotografica, come piace a me. Ieri è scesa un po’ di neve, un evento raro dalle mie parti, il paesaggio e la campagna si presentano in maniera insolita.
Salendo in collina incontro G., un compaesano che ha molti anni più di me che mi chiede di aspettarlo un minuto perché anche lui vuole salire in collina. Aspetto con piacere, G. mi è sempre stato simpatico.
panorama dalla collina
La passeggiata con G. ha ricaricato le mie pile esauste, mi ha curato.
Si parlava in dialetto di campagne, piante, animali, acqua e terra. Il dialetto che non parlo mai ma che in un certo senso è la mia lingua madre, quella che sentivo parlare da bambino prima che qualche mentecatto spargesse la voce che far parlare il dialetto ai bambini li avrebbe ostacolati nell’apprendimento dell’italiano, la lingua dei miei nonni, dei miei genitori e che si parlava intorno a me nei primi anni della mia vita. Si, è la mia lingua madre, anche se la parlo poco e male.
Ii semplici discorsi sulle cose essenziali che ci circondano hanno prima scacciato i pensieri, poi mi hanno riempito l’animo di cose belle e primordiali.
Forse G. non lo saprà mai, ma in quelle due ore mi ha reso un servizio inestimabile, grazie!
Arum italicum

caccia e free riders ambientali

01/02/2010

Da giorni sto meditando su una frase letta tempo fa sul secolo XIX: Angelo Vaccarezza, il presidente della Provincia di Savona e appassionato cacciatore ha raccontato che

la prima cosa che mi ha insegnato mio padre da piccolo è stato distinguere la polvere da sparo da asciutto e quella da umido per caricare le cartucce.

Agli occhi di una persona come me, che non ha mai sparato un colpo, che esclude la caccia da tutti i possibili hobby che pensa di praticare e che non contempla tra i passatempi sensati l’uccisione di animali, sulle prime, una dichiarazione del genere fa impressione, ma poi, ragionandoci, mi permettere di distinguere con precisione il mondo venatorio in due categorie: quelli che in un certo senso davvero rispettano l’ambiente dagli altri. I primi vedono il luogo dove cacciano come un bene collettivo, agli altri che lo depredano con l’ottica dei free riders.
Insegnare la caccia al proprio figlio è facilmente ascrivibile fra le attività tipiche del primo gruppo: il desiderio che il proprio figlio possa continuare a cacciare comporta un senso di responsabilità tale da conservare adeguatamente il “bene collettivo” rappresentato dallo stato naturale del luogo dove si esercita l’esercizio venatorio. Nessun cacciatore che abitualmente frequenta un luogo e che pensa di andare a caccia con il proprio figlio in futuro sarebbe così sciocco da distruggere i luoghi che frequenta ed estinguerne la fauna.
Al contrario, non riesco proprio a immaginare come difensori dell’ambiente quei cacciatori che fanno chilometri e chilometri per andare a sparare lontano da casa loro, in Italia ma anche nei Balcani, nella Penisola Iberica o ancora più lontano. Se per loro è indifferente il luogo, estinta la fauna più vicina si sposterebbero senza problemi in Spagna, in Africa e, ci fosse la possibilità, anche su Marte.
Questo genere di cacciatore vive sulle spalle dell’ambiente, traendone benefici personali a breve termine (il “piacere” di cacciare e magari il cibo offerto dalla selvaggina) in cambio di un danno collettivo a breve e lungo termine, perché anche gli sparatori più incalliti sanno che se si esagera ad abbattere capi oltre una certa soglia, quelli finiscono irrimediabilmente.
Purtroppo quest’ultimo genere di cacciatori sta avendo il sopravvento e pare inutile ogni sforzo di contrastare azioni come quella del senatore Orsi oppure degli sconosciuti emendatori che inseriscono norme assurde per spianare la strada ai free riders ambientali, esponenti di una cultura depredatoria che mi piacerebbe fossero ricondotti alla ragione e non aiutati nei loro intenti egoistici.
Le norme che il parlamento sta approvando non fanno certo onore ad una classe politica che da anni naviga a vista e a corto di idee e di obiettivi diversi dalla conservazione delle poltrone raggiunte.

La funzione sociale del NIMBY

25/01/2010

NIMBY (non nel mio giardino) è l’acronimo con cui, in senso dispregiativo, si suole bollare come priva di fondamento ogni legittima contestazione sulla sostenibilità di una qualsivoglia opera.

Inceneritori? Linee ad alta velocità? Autostrade? Fabbriche? Ecomostri? Per qualcuno, chi si oppone sarebbe un pappagallo che ripete il ritornello del Nimby.

Un bel paio di balle!

Il consumo, anzi lo spreco, di territorio è uno dei peggiori mali della nostra società bacata: il bene temporaneo di pochi a scapito dell’unica fonte di sostentamento che si è sempre rivelata eterna e universale: il territorio.
Infatti solo i campi coltivabili, le sorgenti d’acqua, i boschi, le montagne, il mare, il paesaggio danno sostentamento, garantiscono salute e concorrono alla stabilità sociale.
Negare l’acqua, inquinando o privatizzando, si crea povertà, rendere improduttivo un campo è un attentato all’indipendenza di chi vive in quel luogo.
Chi nega questo dato di fatto ci vuole poveri e legati mani e piedi a logiche che spesso non abbiamo scelto e non condividiamo.

Pretendere inquinamento di acqua o suolo, scempi paesaggistici o di rendere invivibili altre porzioni del nostro Paese è un atto scellerato, soprattutto se mascherato in nome del progresso.
Infatti non vi è progresso nella cancellazione sistematica della campagna, nelle colate di cemento sopra il verde, nei porti turistici al posto delle poche coste che ancora si sono miracolosamente conservate.
Opporsi a queste schifezze è un dovere morale e fanno bene tutti i NO-TAV sparsi per il nostro bel paese a tenere alta la guardia. Solo loro sono le sentinelle e i difensori rimasti a guardia di quanto si è conservato.
Loro si battono per il bene comune, mentre chi li ostacola sta impoverendo e abbruttendo il mondo.

La logica di chi bolla questi eroi di non vedere oltre il loro giardino è spesso descrivibile con questa frase: “son tutti bulicci con il culo degli altri“.
Facile chiedere di prenderlo in quel posto agli altri in cambio di un ipotetico tornaconto personale a centinaia di chilometri dal macello.
Si, perchè spesso si ammazza con certezza scientifica la vivibilità di un luogo in cambio di un programmato vantaggio per pochi.
Poi, finita la festa, nel culo l’hanno preso tutti: chiude la fabbrica o il giocattolino appena costruito, l’ambiente è compromesso, così si rimane disoccupati e senza possibilità di riconversione al turismo o all’agricoltura. Mi dite, cultori del culo degli altri, chi ci ha guadagnato e per quanto tempo?

Per questo motivo auguro una lunghissima vita a tutti i NO-TAV esistenti e che esisteranno in futuro. Sono indispensabili.

bienvenido!

06/01/2010

Ogni lettore più o meno accanito, ogni persona almeno vagamente interessata all’arte, alla musica o alla letteratura, ha alcune persone di riferimento da cui accetta di buon grado i consigli. <<Leggi questo>>, <<ascolta quell’altro>>, se provengono da chi si stima come un buon consigliere, sono inviti che raramente si ignorano.
Uno dei miei suggeritori ha deciso di aprire un blog. Inutile dire che lo seguirò sicuramente, come uno dei bei libri che mi ha consigliato (e dato in prestito).

la banalità che uccide

30/12/2009

In questi giorni sono riuscito a “navigare” alla ricerca di quei piccoli tesori che si possono incontrare in certi angoli felici della rete.
Ammetto di essermi sforzato poco: cercare questo genere di tesori su Cittanuova è una specie di “pesca facilitata”, almeno per me.
Di bello in questi giorni si può pescare una riflessione di Giovanni Casoli, che inizia in questo modo:

Segretamente viviamo, e non ne siamo quasi mai coscienti, nell’attesa di un amore, di una bellezza. Infatti quando “per caso” incontriamo un amore, una bellezza, si vede di che pasta siamo o a cosa siamo ridotti: se non usciamo dal dormiveglia o banalizziamo, ahimé è da piangere; se il cuore soprassalta, se ci si apre dentro uno spazio, un cielo, allora non siamo morti.

la conclusione a cui arriva Casoli la condivido sia come pensiero che come consiglio da applicare a me stesso, ogni giorno:

La banalità uccide [...] perchè uccide anche persone sane e apparentemente vive. La banalita (parole-chiacchiera, immagini-chiacchiera, musica-chiacchiera, ecc.) soffoca [...] lo fa invisibilmente, insensibilmente, inavvertitamente. Ci vuole una vigilanza di ferro, un allarme costante dell’anima, per non lasciarsi narcotizzare e uccidere dal tran-tran, dal ron-ron della falsa libertà di massa, del “così fan tutti”, che producono solo allineamento in basso.

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Foto dal SIC di Pompeiana
con Admarket flickrSLiDR.


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