pagine di Gian Marco


siamo quello che costruiamo

Da un antico zerbino del 1995:

A house is made of brick and stones
a home is made of love alone

Quelle che si costruiscono oggi non sono case, sono pretesti, oggetti a forma di casa costruiti da gente travestita da muratore, progettate da architetti per nome e titolo di studio, ma non di fatto.
Case senza cuore, senza anima. Anzi, chiamarle case sarebbe un complimento. Edifici, artefatti, diavolerie, cubi grigi tirati su di corsa e chiamati sovente con nomi idioti che vorrebbero sembrare accattivanti: villaggio pincopallo, borgo belposto e altre scemate simili.
Scemate che costano tanto economicamente e ancora di più costano al paesaggio. Scemate che solo dei mentecatti ancora più scemi comprerebbero. Una dimora a 100 metri dal mare ma senza vista mare perché c’è un altro conglomerato di cemento che ostruisce la visuale, una cella di alveare arroccato su un dirupo franoso, un bi-loculo affossato nell’alveo di un torrente o in altri luoghi dove i nostri nonni non avrebbero costruito neppure un pollaio, luoghi che magari sono stati stabilizzati geologicamente con una bella variante al piano regolatore.

In una casa vera, immerse dentro i muri di cemento armato, non ci sono tubature montate approssimativamente che presto perderanno acqua e faranno marcire il muro. Una casa vera, appena costruita, è curata in ogni dettaglio perché qualcuno l’ha seguita fin dal primo momento, dalla scelta del luogo, del progettista, dell’azienda costruttrice, fino al quella delle tende alle finestre. Per questo non ha infiltrazioni d’acqua di origine misteriosa, tetti che perdono, ringhiere montate male, finestre che non si chiudono o altri difetti grossolani.
Quando leggo di new-town nate già difettose, quando vedo proliferare dormitori per padani sui pochi terreni “buoni” della Liguria, o peggio, quando vedo questi edifici senza criterio messi al posto di una montagna sventrata, pronti per franare giù a valle, quando vedo capannoni che nessuno affitterà in mezzo a una campagna fertilissima, capisco che non vogliamo più case e sospetto che forse non saremmo neppure più in grado di costruirle.
Oggi gli uomini desiderano solo speculazioni immobiliari, denaro per fare i fricchettoni con un SUV, per andare in vacanza in luoghi uguali a come erano pochi anni fa quelli che abbiamo appena rovinato.
Siamo come il figliuol prodigo del Vangelo, che disperde in bagordi e puttane il capitale della famiglia.
Chissà se quando ci accorgeremo di aver dilapidato il nostro tesoro saremo in grado di accorgerci che dobbiamo ritornare indietro. Chissà poi se ci sarà un “luogo” dove ritornare, perché qua siamo tutti impazziti: nella parabola un fratello e il padre continuavano a tirare avanti la baracca, noi invece siamo tutti, padri e fratelli, complici di questo scellerato consumo di territorio.

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