caccia e free riders ambientali
Da giorni sto meditando su una frase letta tempo fa sul secolo XIX: Angelo Vaccarezza, il presidente della Provincia di Savona e appassionato cacciatore ha raccontato che
la prima cosa che mi ha insegnato mio padre da piccolo è stato distinguere la polvere da sparo da asciutto e quella da umido per caricare le cartucce.
Agli occhi di una persona come me, che non ha mai sparato un colpo, che esclude la caccia da tutti i possibili hobby che pensa di praticare e che non contempla tra i passatempi sensati l’uccisione di animali, sulle prime, una dichiarazione del genere fa impressione, ma poi, ragionandoci, mi permettere di distinguere con precisione il mondo venatorio in due categorie: quelli che in un certo senso davvero rispettano l’ambiente dagli altri. I primi vedono il luogo dove cacciano come un bene collettivo, agli altri che lo depredano con l’ottica dei free riders.
Insegnare la caccia al proprio figlio è facilmente ascrivibile fra le attività tipiche del primo gruppo: il desiderio che il proprio figlio possa continuare a cacciare comporta un senso di responsabilità tale da conservare adeguatamente il “bene collettivo” rappresentato dallo stato naturale del luogo dove si esercita l’esercizio venatorio. Nessun cacciatore che abitualmente frequenta un luogo e che pensa di andare a caccia con il proprio figlio in futuro sarebbe così sciocco da distruggere i luoghi che frequenta ed estinguerne la fauna.
Al contrario, non riesco proprio a immaginare come difensori dell’ambiente quei cacciatori che fanno chilometri e chilometri per andare a sparare lontano da casa loro, in Italia ma anche nei Balcani, nella Penisola Iberica o ancora più lontano. Se per loro è indifferente il luogo, estinta la fauna più vicina si sposterebbero senza problemi in Spagna, in Africa e, ci fosse la possibilità, anche su Marte.
Questo genere di cacciatore vive sulle spalle dell’ambiente, traendone benefici personali a breve termine (il “piacere” di cacciare e magari il cibo offerto dalla selvaggina) in cambio di un danno collettivo a breve e lungo termine, perché anche gli sparatori più incalliti sanno che se si esagera ad abbattere capi oltre una certa soglia, quelli finiscono irrimediabilmente.
Purtroppo quest’ultimo genere di cacciatori sta avendo il sopravvento e pare inutile ogni sforzo di contrastare azioni come quella del senatore Orsi oppure degli sconosciuti emendatori che inseriscono norme assurde per spianare la strada ai free riders ambientali, esponenti di una cultura depredatoria che mi piacerebbe fossero ricondotti alla ragione e non aiutati nei loro intenti egoistici.
Le norme che il parlamento sta approvando non fanno certo onore ad una classe politica che da anni naviga a vista e a corto di idee e di obiettivi diversi dalla conservazione delle poltrone raggiunte.
