pagine di Gian Marco

Archive for the ‘citazioni’ Category

siamo quello che costruiamo II

Wednesday, June 16th, 2010

Il caso ha voluto che solo poche ore dopo il post di ieri, l’amministrazione comunale di Taggia abbia pubblicato su Youtube un documento terrificante: i carotaggi effettuati nella scuole primaria di Arma. Una scuola costruita nel 1962, che ha visto passare generazioni di armesi fino a due anni fa, quando si scoprì la sua vera tecnica di costruzione, sintetizzata dal detto ligure:

de surve lìsciu lìsciu, de suta merda e pisciu.

Al sindaco Vincenzo Genduso non è rimasta altra scelta se non quella di ordinare la chiusura della scuola.
Ecco uno dei filmati pubblicati…

…ecco il risultato di aver costruito senza cuore ma badando solo al portafogli.

E’ possibile che, mentre la legge di allora imponeva una resistenza alla compressione pari o superiori a 120 kg su centimetro quadrato, si sia costruita una scuola dove in alcuni punti il calcestruzzo arriva a soli 40 Kg su centimetro quadrato? Una scuola dove solo un quinto delle colonne di calcestruzzo raggiunge il minimo richiesto?
Ma si può andare fieri del proprio lavoro, della propria vita, sapendo di aver costruito una merda del genere?

siamo quello che costruiamo

Tuesday, June 15th, 2010

Da un antico zerbino del 1995:

A house is made of brick and stones
a home is made of love alone

Quelle che si costruiscono oggi non sono case, sono pretesti, oggetti a forma di casa costruiti da gente travestita da muratore, progettate da architetti per nome e titolo di studio, ma non di fatto.
Case senza cuore, senza anima. Anzi, chiamarle case sarebbe un complimento. Edifici, artefatti, diavolerie, cubi grigi tirati su di corsa e chiamati sovente con nomi idioti che vorrebbero sembrare accattivanti: villaggio pincopallo, borgo belposto e altre scemate simili.
Scemate che costano tanto economicamente e ancora di più costano al paesaggio. Scemate che solo dei mentecatti ancora più scemi comprerebbero. Una dimora a 100 metri dal mare ma senza vista mare perché c’è un altro conglomerato di cemento che ostruisce la visuale, una cella di alveare arroccato su un dirupo franoso, un bi-loculo affossato nell’alveo di un torrente o in altri luoghi dove i nostri nonni non avrebbero costruito neppure un pollaio, luoghi che magari sono stati stabilizzati geologicamente con una bella variante al piano regolatore.

In una casa vera, immerse dentro i muri di cemento armato, non ci sono tubature montate approssimativamente che presto perderanno acqua e faranno marcire il muro. Una casa vera, appena costruita, è curata in ogni dettaglio perché qualcuno l’ha seguita fin dal primo momento, dalla scelta del luogo, del progettista, dell’azienda costruttrice, fino al quella delle tende alle finestre. Per questo non ha infiltrazioni d’acqua di origine misteriosa, tetti che perdono, ringhiere montate male, finestre che non si chiudono o altri difetti grossolani.
Quando leggo di new-town nate già difettose, quando vedo proliferare dormitori per padani sui pochi terreni “buoni” della Liguria, o peggio, quando vedo questi edifici senza criterio messi al posto di una montagna sventrata, pronti per franare giù a valle, quando vedo capannoni che nessuno affitterà in mezzo a una campagna fertilissima, capisco che non vogliamo più case e sospetto che forse non saremmo neppure più in grado di costruirle.
Oggi gli uomini desiderano solo speculazioni immobiliari, denaro per fare i fricchettoni con un SUV, per andare in vacanza in luoghi uguali a come erano pochi anni fa quelli che abbiamo appena rovinato.
Siamo come il figliuol prodigo del Vangelo, che disperde in bagordi e puttane il capitale della famiglia.
Chissà se quando ci accorgeremo di aver dilapidato il nostro tesoro saremo in grado di accorgerci che dobbiamo ritornare indietro. Chissà poi se ci sarà un “luogo” dove ritornare, perché qua siamo tutti impazziti: nella parabola un fratello e il padre continuavano a tirare avanti la baracca, noi invece siamo tutti, padri e fratelli, complici di questo scellerato consumo di territorio.

Pensiero che condivido

Friday, April 9th, 2010

Da tempo sto seguendo la storia di un quartiere di Valencia che, ultimamente, è al centro di una vicenda niente affatto rassicurante.
Oggi, leggendo il giornale, ho trovato un commento ad una notizia che iniziava in questo modo:

Cuando la realización de una idea debe ampararse en la fuerza no debemos engañarnos, es una mala idea.

Credo proprio che sia così: non dobbiamo ingannarci, quando la realizzazione di una idea viene imposta con la forza allora questa è una pessima idea.

caccia e free riders ambientali

Monday, February 1st, 2010

Da giorni sto meditando su una frase letta tempo fa sul secolo XIX: Angelo Vaccarezza, il presidente della Provincia di Savona e appassionato cacciatore ha raccontato che

la prima cosa che mi ha insegnato mio padre da piccolo è stato distinguere la polvere da sparo da asciutto e quella da umido per caricare le cartucce.

Agli occhi di una persona come me, che non ha mai sparato un colpo, che esclude la caccia da tutti i possibili hobby che pensa di praticare e che non contempla tra i passatempi sensati l’uccisione di animali, sulle prime, una dichiarazione del genere fa impressione, ma poi, ragionandoci, mi permettere di distinguere con precisione il mondo venatorio in due categorie: quelli che in un certo senso davvero rispettano l’ambiente dagli altri. I primi vedono il luogo dove cacciano come un bene collettivo, agli altri che lo depredano con l’ottica dei free riders.
Insegnare la caccia al proprio figlio è facilmente ascrivibile fra le attività tipiche del primo gruppo: il desiderio che il proprio figlio possa continuare a cacciare comporta un senso di responsabilità tale da conservare adeguatamente il “bene collettivo” rappresentato dallo stato naturale del luogo dove si esercita l’esercizio venatorio. Nessun cacciatore che abitualmente frequenta un luogo e che pensa di andare a caccia con il proprio figlio in futuro sarebbe così sciocco da distruggere i luoghi che frequenta ed estinguerne la fauna.
Al contrario, non riesco proprio a immaginare come difensori dell’ambiente quei cacciatori che fanno chilometri e chilometri per andare a sparare lontano da casa loro, in Italia ma anche nei Balcani, nella Penisola Iberica o ancora più lontano. Se per loro è indifferente il luogo, estinta la fauna più vicina si sposterebbero senza problemi in Spagna, in Africa e, ci fosse la possibilità, anche su Marte.
Questo genere di cacciatore vive sulle spalle dell’ambiente, traendone benefici personali a breve termine (il “piacere” di cacciare e magari il cibo offerto dalla selvaggina) in cambio di un danno collettivo a breve e lungo termine, perché anche gli sparatori più incalliti sanno che se si esagera ad abbattere capi oltre una certa soglia, quelli finiscono irrimediabilmente.
Purtroppo quest’ultimo genere di cacciatori sta avendo il sopravvento e pare inutile ogni sforzo di contrastare azioni come quella del senatore Orsi oppure degli sconosciuti emendatori che inseriscono norme assurde per spianare la strada ai free riders ambientali, esponenti di una cultura depredatoria che mi piacerebbe fossero ricondotti alla ragione e non aiutati nei loro intenti egoistici.
Le norme che il parlamento sta approvando non fanno certo onore ad una classe politica che da anni naviga a vista e a corto di idee e di obiettivi diversi dalla conservazione delle poltrone raggiunte.

Ludovico Ariosto, ovvero il bello di non essere un vero blogger

Saturday, September 19th, 2009

ariostoIn quanto autore dei testi di questo blog, il sottoscritto è convinto di non avere un solo lettore abituale, ed è un bene. Altrimenti come insegna Roberta, in questo ultimo periodo avrei perso alquanto in fiducia e affezione da parte del miei lettori.

Di solito, quando un blogger interrompe per un certo tempo il flusso dei suoi post, si premura anche di darne spiegazione, i più seri, magari, lo fanno preventivamente.

Il sottoscritto non è serio o autorevole, ma per sembrarlo un pochino cita uno dei massimi poeti nazionali, Ludovico Ariosto, che trasferitosi in Grafagnana, scriveva al cugino Sismondo Malaguzzi:

La novità del loco è stata tanta,
c’ho fatto come augel che muta gabbia,
che molti giorni resta che non canta.
Ludovico Ariosto, Satira V, vv16-18

Il mio trasferimento è di altra natura (cambio di lavoro), ma il risultato è stato lo stesso, il silenzio.
Le differenze sorgono invece quando inizio a scrivere: infatti, se come Ariosto sono stato zitto nella gabbia nuova, appena scrivo qualcosa la differenza risulta evidente!!!
Ma chi se ne importa, ‘tanto non mi legge nessuno! ;-)

Gaio Valerio Catullo

Wednesday, May 20th, 2009

Adesso, proprio adesso che siamo sotto elezioni, adesso che i politici vanno e vengono, promettono, stringono mani e i più sono felici di essere stati considerati da potenziali presidenti, sindaci, assessori o consiglieri, esattamente in questi giorni, in cui tanti sono soddisfatti di avere strappato promessa da marinaio a [centro]destra e [centro]sinistra, proprio in questo momento mi piace ricordare cosa dice il poeta:

majorité, di René MalteteXCIII. Nil nimium
Nil nimium studeo, Caesar, tibi velle placere,
nec scire utrum sis albus an ater homo.

93. A Cesare.
Cesare, non mi do troppo pensiero di volerti piacere,
né di sapere se sei bianco o nero.

Cesari e futuri Cesari, non mi incantate e spero di non rincoglionire mai fino ad arrivare un giorno a giudicarvi dal vostro colore e non dal vostro operato, dalla bandiera dietro la quale vi nascondete piuttosto che per la vostra personale onestà.

uomini

Saturday, December 6th, 2008

Rumore, rumore, rumore.
La vita quotidiana mi vede immerso nel rumore, nei pensieri che allontanano dal cogliere le cose importanti e risaltano effimere futilità.
A volte sono pensieri necessari, come gli impegni di lavoro (in questo periodo molto frequenti questi stimoli esteriori), ma molto spesso sono invece vero e proprio inquinamento: pensieri infilati a forza nel tuo cervello da professionisti dello scasso.
L’informazione è diventata ormai condizionamento delle masse, la pubblicità, da anima del commercio si è trasformata in fabbrica di bisogni inutili, tutto quello che vedo accadere intorno a me ha lo scopo di alterare il mio comportamento in maniera che questa modifica possa poi tornare utile a qualcuno.

Sono rari, rarissimi, i casi in cui ci si imbatte in messaggi sinceri, puri, che ti arricchiscono interiormente senza secondi fini, che ci ricordano di essere

UOMINI

Non esistono al mondo uomini non interessanti.

I loro destini sono come le storie dei pianeti.
Ognuno ha la sua particolarità, non ha un pianeta che gli sia simile.

E se uno viveva inosservato e amava questa sua insignificanza,
proprio per la sua insignificanza egli era interessante tra gli uomini.
Ognuno ha il suo segreto mondo personale.
In quel mondo c’è un attimo felice.

C’è in quel mondo l’ora più orribile,
ma tutto ci resta sconosciuto.

Quando un uomo muore,
muore con lui la sua prima neve,

e il primo bacio e la prima battaglia….
Tutto questo egli porta con sé

Rimangono certo i libri,i ponti,
le macchine, le tele dei pittori.

Certo, molto è destinato a restare,
eppur sempre qualcosa se ne va.

È la legge di un gioco spietato.
Non sono uomini che muoiono, ma mondi.

Ricordiamo gli uomini, terrestri e peccatori,
ma che sapevamo in fondo di loro
Che sappiamo dei fratelli nostri, degli amici?
Di colei che sola ci appartiene?

E del nostro stesso padre
tutto sapendo non sappiamo nulla.
Gli uomini se ne vanno….
e non tornano piú

Non risorgono i loro mondi segreti.

E ogni volta vorrei gridare ancora
contro questo irrevocabile destino.

Evghenij Evtushenko

riordinando

Wednesday, September 24th, 2008

Non so se capita ad altri, ma quello che succede a me quando inizio a riordinare qualche anta o qualche scaffale contenente libri o riviste è sempre lo stesso: inizio a leggere e addio lavoro.
C’è da fare posto da qualche parte, si devono riciclare riviste ormai vecchie, quei libri vanno spostati? Chiedete a me e farò il lavoro molto lentamente e già agguantato il primo oggetto leggibile inizio a curiosare cosa racconta.

Per fare il lavoro “ottimizzando” il tempo, ho provato a impormi il metodo scientifico suggerito da Catriona, quello della pagina 69. Ma, se il metodo magari mi indica davvero una pagina del libro interessante e significativa, per il mio specifico problema di minimizzazione di tempo impiegato questo sistema si è rivelato inutile.
Ciliegi nel parco Burcina Felice Piacenza Infatti mi sono subito imbattuto in uno di quei piccoli saggi-libercoli forse omaggio di qualcosa che non si sa dove mettere: “dalla culla alla culla, come conciliare tutela dell’ambiente equità sociale e sviluppo”, scritto da una atipica coppia formata da un architetto americano (W. Mcdonough) e un chimico tedesco  (M. Braungart).  Alla pagina 69, una semplice riflessione mi ha messo in azione le rotelle e alla fine mi sono trovato a scrivere questo post.
Nel libro si racconta della pianta del ciliegio:

I suoi fiori danno frutti che sfamano uccelli, uomini ed altri animali in modo che i noccioli cadano a terra, mettano radici e crescano. Chi mai, guardando i fiori di ciliegio ai piedi della pianta esclamerebbe: “che inefficenza, che spreco!”. L’albero fa fiori e frutti in abbondanza senza danneggiare l’ambiente in cui vive. Una volta caduti a terra, i fiori si decompongono e si scompongono in sostanze che nutriranno i microrganismi, gli insetti, le piante, gli animali e il suolo.
L’albero, di fatto “produce” più di quanto sia necessario al suo successo all’interno dell’ecosistema [....omiss...] L’albero nutre infatti praticamente ciò che gli sta attorno.

Il testo continua poi parlando delle case ecologiche, che se non producono per l’ambiente circostante più di quanto consumano, perlomeno non sono un salasso.
Pochi giorni fa greenreport ha pubblicato la notizia che, a partire dal 1 gennaio, abbiamo appena finito di consumare l’equivalente di tutto quello che la Natura ha prodotto e produrrà nel 2008. Tutto quello che facciamo adesso lo stiamo attingendo dalle riserve accumulatesi nei secoli. Prima o poi finiranno le “riserve”. Impareremo a fare come gli alberi di ciliegio?



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