pagine di Gian Marco

caccia e free riders ambientali

01/02/2010

Da giorni sto meditando su una frase letta tempo fa sul secolo XIX: Angelo Vaccarezza, il presidente della Provincia di Savona e appassionato cacciatore ha raccontato che

la prima cosa che mi ha insegnato mio padre da piccolo è stato distinguere la polvere da sparo da asciutto e quella da umido per caricare le cartucce.

Agli occhi di una persona come me, che non ha mai sparato un colpo, che esclude la caccia da tutti i possibili hobby che pensa di praticare e che non contempla tra i passatempi sensati l’uccisione di animali, sulle prime, una dichiarazione del genere fa impressione, ma poi, ragionandoci, mi permettere di distinguere con precisione il mondo venatorio in due categorie: quelli che in un certo senso davvero rispettano l’ambiente dagli altri. I primi vedono il luogo dove cacciano come un bene collettivo, agli altri che lo depredano con l’ottica dei free riders.
Insegnare la caccia al proprio figlio è facilmente ascrivibile fra le attività tipiche del primo gruppo: il desiderio che il proprio figlio possa continuare a cacciare comporta un senso di responsabilità tale da conservare adeguatamente il “bene collettivo” rappresentato dallo stato naturale del luogo dove si esercita l’esercizio venatorio. Nessun cacciatore che abitualmente frequenta un luogo e che pensa di andare a caccia con il proprio figlio in futuro sarebbe così sciocco da distruggere i luoghi che frequenta ed estinguerne la fauna.
Al contrario, non riesco proprio a immaginare come difensori dell’ambiente quei cacciatori che fanno chilometri e chilometri per andare a sparare lontano da casa loro, in Italia ma anche nei Balcani, nella Penisola Iberica o ancora più lontano. Se per loro è indifferente il luogo, estinta la fauna più vicina si sposterebbero senza problemi in Spagna, in Africa e, ci fosse la possibilità, anche su Marte.
Questo genere di cacciatore vive sulle spalle dell’ambiente, traendone benefici personali a breve termine (il “piacere” di cacciare e magari il cibo offerto dalla selvaggina) in cambio di un danno collettivo a breve e lungo termine, perché anche gli sparatori più incalliti sanno che se si esagera ad abbattere capi oltre una certa soglia, quelli finiscono irrimediabilmente.
Purtroppo quest’ultimo genere di cacciatori sta avendo il sopravvento e pare inutile ogni sforzo di contrastare azioni come quella del senatore Orsi oppure degli sconosciuti emendatori che inseriscono norme assurde per spianare la strada ai free riders ambientali, esponenti di una cultura depredatoria che mi piacerebbe fossero ricondotti alla ragione e non aiutati nei loro intenti egoistici.
Le norme che il parlamento sta approvando non fanno certo onore ad una classe politica che da anni naviga a vista e a corto di idee e di obiettivi diversi dalla conservazione delle poltrone raggiunte.

La funzione sociale del NIMBY

25/01/2010

NIMBY (non nel mio giardino) è l’acronimo con cui, in senso dispregiativo, si suole bollare come priva di fondamento ogni legittima contestazione sulla sostenibilità di una qualsivoglia opera.

Inceneritori? Linee ad alta velocità? Autostrade? Fabbriche? Ecomostri? Per qualcuno, chi si oppone sarebbe un pappagallo che ripete il ritornello del Nimby.

Un bel paio di balle!

Il consumo, anzi lo spreco, di territorio è uno dei peggiori mali della nostra società bacata: il bene temporaneo di pochi a scapito dell’unica fonte di sostentamento che si è sempre rivelata eterna e universale: il territorio.
Infatti solo i campi coltivabili, le sorgenti d’acqua, i boschi, le montagne, il mare, il paesaggio danno sostentamento, garantiscono salute e concorrono alla stabilità sociale.
Negare l’acqua, inquinando o privatizzando, si crea povertà, rendere improduttivo un campo è un attentato all’indipendenza di chi vive in quel luogo.
Chi nega questo dato di fatto ci vuole poveri e legati mani e piedi a logiche che spesso non abbiamo scelto e non condividiamo.

Pretendere inquinamento di acqua o suolo, scempi paesaggistici o di rendere invivibili altre porzioni del nostro Paese è un atto scellerato, soprattutto se mascherato in nome del progresso.
Infatti non vi è progresso nella cancellazione sistematica della campagna, nelle colate di cemento sopra il verde, nei porti turistici al posto delle poche coste che ancora si sono miracolosamente conservate.
Opporsi a queste schifezze è un dovere morale e fanno bene tutti i NO-TAV sparsi per il nostro bel paese a tenere alta la guardia. Solo loro sono le sentinelle e i difensori rimasti a guardia di quanto si è conservato.
Loro si battono per il bene comune, mentre chi li ostacola sta impoverendo e abbruttendo il mondo.

La logica di chi bolla questi eroi di non vedere oltre il loro giardino è spesso descrivibile con questa frase: “son tutti bulicci con il culo degli altri“.
Facile chiedere di prenderlo in quel posto agli altri in cambio di un ipotetico tornaconto personale a centinaia di chilometri dal macello.
Si, perchè spesso si ammazza con certezza scientifica la vivibilità di un luogo in cambio di un programmato vantaggio per pochi.
Poi, finita la festa, nel culo l’hanno preso tutti: chiude la fabbrica o il giocattolino appena costruito, l’ambiente è compromesso, così si rimane disoccupati e senza possibilità di riconversione al turismo o all’agricoltura. Mi dite, cultori del culo degli altri, chi ci ha guadagnato e per quanto tempo?

Lunga vita ai NO-TAV, la voce del Popolo Sovrano!

bienvenido!

06/01/2010

Ogni lettore più o meno accanito, ogni persona almeno vagamente interessata all’arte, alla musica o alla letteratura, ha alcune persone di riferimento da cui accetta di buon grado i consigli. <<Leggi questo>>, <<ascolta quell’altro>>, se provengono da chi si stima come un buon consigliere, sono inviti che raramente si ignorano.
Uno dei miei suggeritori ha deciso di aprire un blog. Inutile dire che lo seguirò sicuramente, come uno dei bei libri che mi ha consigliato (e dato in prestito).

la banalità che uccide

30/12/2009

In questi giorni sono riuscito a “navigare” alla ricerca di quei piccoli tesori che si possono incontrare in certi angoli felici della rete.
Ammetto di essermi sforzato poco: cercare questo genere di tesori su Cittanuova è una specie di “pesca facilitata”, almeno per me.
Di bello in questi giorni si può pescare una riflessione di Giovanni Casoli, che inizia in questo modo:

Segretamente viviamo, e non ne siamo quasi mai coscienti, nell’attesa di un amore, di una bellezza. Infatti quando “per caso” incontriamo un amore, una bellezza, si vede di che pasta siamo o a cosa siamo ridotti: se non usciamo dal dormiveglia o banalizziamo, ahimé è da piangere; se il cuore soprassalta, se ci si apre dentro uno spazio, un cielo, allora non siamo morti.

la conclusione a cui arriva Casoli la condivido sia come pensiero che come consiglio da applicare a me stesso, ogni giorno:

La banalità uccide [...] perchè uccide anche persone sane e apparentemente vive. La banalita (parole-chiacchiera, immagini-chiacchiera, musica-chiacchiera, ecc.) soffoca [...] lo fa invisibilmente, insensibilmente, inavvertitamente. Ci vuole una vigilanza di ferro, un allarme costante dell’anima, per non lasciarsi narcotizzare e uccidere dal tran-tran, dal ron-ron della falsa libertà di massa, del “così fan tutti”, che producono solo allineamento in basso.

piccola buona azione per Natale

21/12/2009

Un bel giretto in collina, a guardare gli spruzzi di neve appena caduta, incontrare un po’ di spazzatura, toglierla e aggiungere un invito per i prossimi merenderos pigri.
Chissà se sarà stato utile….
prima
durantedopo

per Marco

14/11/2009

alzalatestaCausa influenza e impegni diversi, in questi giorni ho perso qualsiasi appuntamento utile al di fuori della famiglia e del lavoro.
Dalle serate organizzate da Sanremo sostenibile sui rifiuti a quelle sull’acqua, fino a quella di oggi di cui ho raccontato nel post precedente.
Ho tirato infine un bel pacco anche alla cenetta organizzata per autofinanziare certi noiosissimi gruppi ambientalisti.
Un appuntamento però non voglio assolutamente perderlo: quello di manifestare la mia peronale solidarietà a Marco – Alzalatesta – Ballestra, il cui sito è stato fatto chiudere (la storia la potete leggere qua, mentre alcune riflessioni che sposo in toto qua).

inizia l’avventura

03/11/2009

campanile_impalcature_particolareIl campanile che vedete è quello del mio paese. Iniziata la costruzione il 3 maggio 1726, finito al rustico l’anno successivo, fu concluso nel 1729. Passato qualche secolo aveva bisogno di una risistemata.
Dopo lunghi preparativi il Don ha finalmente visto l’inizio dei lavori per i quali si è tanto dato da fare in questi anni.
Non sarà una cosa da poco, per questo dico che il 30 ottobre scorso è iniziata un’avventura.
Un’altra avventura, più piccola, è iniziata pochi giorni fa con il blog dell’Associazione Itinera, che inizia la sua presenza in rete con la segnalazione del convegno sullo sviluppo sostenibile e territorio che è stato organizzato per sabato 14 novembre a Imperia.
Con l’augurio che vada tutto bene e che a tempo debito si vedano i buoni risultati, saluto sia l’inizio dei lavori di restauro che il blog di Itinera.

Premio nobel per l’economia

13/10/2009

Elinor Ostrom e Oliver Williamson sono appena stati proclamati vincitori del premio Nobel per l’economia 2009.
immagine di un beo Incuriosito dalla lettura del comunicato con cui tutti i giornali on line hanno dato la notizia, ho cercato di capire cosa si trattasse la “governance economica” oggetto dei loro studi.
In particolare, la professoressa Ostrom è considerata una delle massime studiose delle conseguenze del rapporto tra gli uomini e l’ambiente e in particolare della gestione delle risorse comuni. Nel suo libro (che comprerò presto) “Governare i sistemi collettivi” affronta una delle questioni più antiche e controverse nel campo della gestione dei beni collettivi: come l’utilizzo di questi può essere organizzato in modo da evitare sia lo sfruttamento eccessivo sia costi amministrativi troppo elevati.
Privatizzazione? Gestione centralizzata? No, pare sia meglio l’associazione degli utilizzatori del bene comune, acqua, foresta, o qualunque cosa sia.
La foto che vedete ne è un piccolo esempio, il beo: un canale di irrigazione utilizzato ancora ai nostri giorni in molti paesi della Liguria, gestito in autonomia dai proprietari delle campagne interessate, che a turno utilizzano l’acqua intercettandola nel punto desiderato e deviandola per irrigare le proprie coltivazioni.
Il “beo” che vedete esiste almeno da 150 anni. Nel “diario” di un parroco del mio paese, viene citato “un’ora di acqua settimanale il giorno x dalle ore… alle ore…” come uno dei beni posseduti dalla parrocchia. Il fatto che i turni fossero così ben definiti non può che farci supporre che questo tipo di “governance” esistesse da molti e molti anni. Ottima gestione non centralizzata e non privatizzata, pochi costi e grandi benefici.
I nostri nonni, senza aver studiato, hanno vinto anche loro il premio.

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Foto dal SIC di Pompeiana
con Admarket flickrSLiDR.


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